Le teorie del complotto e il terreno fertile della disinformazione

Perché è così difficile dissuadere i complottisti dalle loro idee? Come mai in tanti si avvicinano alle teorie del complotto e, soprattutto, come mai finiscono per crederci? Sono domande che spesso mi sono posta e alle quali provo a dare una risposta in questo articolo.

La maggior parte delle disuguaglianze presenti nelle nostre società, come quelle di matrice xenofoba, sono il risultato di precise campagne d’opinione che nel tempo hanno trasformato enormi bugie nella base teorica dei pregiudizi di molti. Simone Fontana scrive su Wired che addirittura alcuni degli eventi più rilevanti degli ultimi anni sono potuti accadere anche grazie al decisivo contributo di notizie manipolate e operazioni di disinformazione su larga scala.

Per capire come funziona questo meccanismo non serve andare lontano. Ad esempio, in Italia è da anni che gli stereotipi più diffusi su migranti e rifugiati, come il fatto che godono di alberghi di lusso e 35 euro al giorno, pretendono il wi-fi e portano criminalità, sono utilizzati da alcuni politici per manipolare il consenso. Sono tutte fake news e pur essendo facilmente smentibili hanno un impatto molto forte sull’opinione pubblica.

Del resto è proprio questa la forza delle fake news: la disinformazione fa leva sulle paure e sugli stereotipi per alimentare pregiudizi e polarizzare il dibattito. Inoltre, se questa manipolazione è sfruttata, se non prodotta, da una parte della politica, è inevitabile che abbia un’importante influenza sulla vita delle persone coinvolte e sul modo che gli elettori hanno di vedere il mondo. Ed è anche grazie a queste manipolazioni che l’opinione pubblica sostiene o meno campagne a favore o contro determinate proposte di legge o politiche.

I meccanismi di disinformazione basati sulle fake news e sulla semplificazione di vicende complesse ai quali siamo continuamente sottoposti sono gli stessi che animano le teorie del complotto.

Il celebre storico Yuval Noah Harari spiega che le teorie del complotto non sono state inventate da QAnon, ma esistono da migliaia di anni e la loro forza si trova nella semplificazione della realtà. Di fronte a guerre, rivoluzioni, crisi e pandemie quando si crede in una teoria del complotto sotto questa miriade di eventi complessi si nasconde un unico gruppo sinistro che controlla il mondo.

Le teorie del complotto sono quindi in grado di attrarre un gran numero di seguaci proprio perché offrono una spiegazione unica e diretta a innumerevoli processi complicati offrendo la confortante sensazione di capire tutto. Non solo, credere in una teoria del complotto offre l’ingresso in un circolo esclusivo – il gruppo di persone che capiscono. Al di sopra non solo dell’uomo medio ma anche dell’élite intellettuale e della classe dirigente che trascura, o nasconde, la verità.

La guerra in Siria? Non ho bisogno di studiare la storia del Medio Oriente per capire cosa sta succedendo lì. Fa parte della grande cospirazione. Lo sviluppo della tecnologia 5G? Non ho bisogno di fare alcuna ricerca sulla fisica delle onde radio. È la cospirazione. La pandemia di Covid-19? Non ha niente a che fare con ecosistemi, pipistrelli e virus. Fa ovviamente parte della cospirazione.

Seguendo questo ragionamento, Harari sostiene che anche il nazismo era fondamentalmente una teoria del complotto basata su una bugia antisemita: «Una cabala di finanzieri ebrei domina segretamente il mondo e sta tramando per distruggere la razza ariana. Hanno architettato la rivoluzione bolscevica, gestiscono le democrazie occidentali e controllano i media e le banche. Solo Hitler è riuscito a vedere attraverso tutti i loro trucchi nefasti – e solo lui può fermarli e salvare l’umanità».

Hitler ha intercettato lo stato d’animo di generale frustrazione che serpeggiava nel popolo tedesco e il desiderio di riscatto dopo l’esito della Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione ed è stato capace di trovare una spiegazione unica e diretta al malumore tedesco: l’enorme bugia antisemita.

Se le teorie del complotto sono basate su enormi bugie, allora perché in tanti ci credono?

Sempre lo storico israeliano Harari spiega che anche se ci sono molte cospirazioni reali nel mondo – individui, società, organizzazioni, chiese, fazioni e governi – che covano e perseguono costantemente vari complotti, esse non fanno parte di un unico complotto globale e la loro molteplicità rende impossibile pensare che prevedano e controllino il mondo nella sua interezza.

In sostanza, il mondo è molto più complicato di come è dipinto da una teoria del complotto e infatti le ragioni che portano a credere in una di esse non sono di carattere razionale ma psicologico.

La prima ragione, già menzionata, è legata al fatto che credere in una teoria del complotto fa sentire le persone “speciali” perché più informate degli altri su eventi sociali e politici importanti.

Tra gli fattori che avvicinano alle teorie del complotto, Focus riconosce la tendenza che ogni essere umano ha a distinguere pattern ricorrenti e regolarità anche dove non ci sono. Una qualità che ci ha aiutati per millenni a salvarci dai predatori ma che può portare a percepire imbrogli e raggiri anche dove non esistono.

Influisce anche il bisogno di ricercare continuamente l’approvazione sociale. Spesso sembra più conveniente risultare socialmente interessanti e desiderabili che dire cose corrette, soprattutto se molti amici e contatti la pensano in un determinato modo.

A questo si collega anche il bias di conferma, cioè la tendenza a cercare sempre la conferma dei propri pensieri e idee quando ci si confronta con gli altri. Se il metodo scientifico ha il compito di contrastare questo pregiudizio, ad esempio i politici e i quotidiani che si decide di seguire “perché dicono le cose come stanno” non faranno che confermarlo.

Dunque, le teorie del complotto non sono razionali, proprio perché sono basate su una enorme bugia, e spesso la scelta di credere in una di esse è collegata all’approvazione sociale. Ciò significa che le teorie del complotto sono sostenute dalle persone che in esse credono, non dai fatti o dalla logica.

Per contrastare il fenomeno del cospirazionismo non basta allora saper individuare le teorie del complotto. Infatti quando la disinformazione diventa la cifra dell’appartenenza a un gruppo sociale è molto più difficile dissuadere con prove scientifiche le persone dalle loro false credenze, proprio perché queste ultime sono fondate sul piano relazionale ed emotivo e non sul pensiero logico e razionale tipico della scienza.

Immagine “The Pigpen Cipher” di Matthew Phelan.

L’equivoco della libertà

Diritto alla non discriminazione per sesso, identità di genere, orientamento sessuale, disabilità, possibilità di ricorrere all’eutanasia, cannabis legale, diritto ad abortire, libertà di vestirsi come si vuole, … Su questi temi oggi siamo di fronte a un equivoco della libertà guidato dal mantra «la mia libertà finisce dove inizia la tua». Una frase spesso utilizzata a discapito dei diritti che vorrebbe difendere.

Come parte di una società dovremmo invece ricordarci che la nostra libertà inizia e finisce dove inizia e finisce la libertà dell’altro.

Cosa vuol dire?

Vuol dire che la libertà è come l’amore: con due figli l’amore si moltiplica, non si divide. Allo stesso modo più libertà e diritti ci sono per tutti più libertà e diritti ci sono per me.

Dobbiamo imparare a riconoscere come la nostra libertà sia anche quella dell’altro e viceversa. Se lo capiamo, il miglioramento delle condizioni di ciascuno sarà miglioramento delle condizioni tutti e opportunità di sviluppo per tutta la società.

Smart working: alcune idee per lavorare meglio

Nel 2019 lo smart working riguardava circa 570mila lavoratori, il 20% in più dell’anno precedente. Il fenomeno riguardava soprattutto le grandi imprese (58%), meno le Pmi (12%) e la PA (16%), con una media di un giorno in smart working alla settimana.

Durante il lockdown in Italia gli smart worker sono diventati oltre 6,58 milioni, ridotti a 5,06 milioni in settembre. Il 94% delle PA, il 97% delle grandi imprese e il 58% delle Pmi hanno dato ai propri dipendenti la possibilità di lavorare da remoto.

L’uso limitato degli ammortizzatori sociali per i lavoratori in smart working può far risparmiare denaro pubblico e quindi avere un vantaggio positivo per la comunità. Inoltre, l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano ha osservato che tra i maggiori benefici vi sono il miglioramento dell’equilibrio tra vita professionale e privata e un maggior coinvolgimento dei dipendenti.

Esistono però sono rischi e criticità che ricadono sui lavoratori da non sottovalutare. Oltre al lavoro straordinario non retribuito, ci sono la percezione di isolamento, le distrazioni esterne, i problemi di comunicazione e collaborazione virtuale e la barriera tecnologica.

Alcune idee per lavorare meglio in smart working

Nell’articolo Otto spunti per uno smart working meno faticoso e più soddisfacente di Luciano Barrilà e Graziano Maino pubblicato su Secondo Welfare ci sono alcuni suggerimenti interessanti:

  1. Adottare un’agenda digitale condivisa;
  2. Stabilire e rispettare i limiti di tempo;
  3. Rimanere connessi (ma non iperconnessi);
  4. Quando possibile, fare ufficio virtuale;
  5. Allestire spazi dedicati;
  6. Prendersi cura della propria salute e sicurezza;
  7. Condividere le esperienze e imparare;
  8. Avere un piano di lavoro flessibile.

Oltre a questi, potrebbe essere utile aggiungere altre indicazioni, come definire una serie di regole condivise con tutti. Esperto Lavoro ad esempio suggerisce di avere indicazioni chiare rispetto agli orari:

  1. Non iniziare i meeting prima delle 9.00 e non andare oltre le 18.00;
  2. Non organizzare meeting nella pausa pranzo tra le 13.00 e le 14.30;
  3. Non organizzare meeting al venerdì pomeriggio;
  4. Non inviare mail dopo le 20.00.

Per lavorare in modo efficace quando ci si trova in smart working è importante anche gestire bene gli orari di lavoro anche introducendo pause. Può essere utile fare due passi oppure sperimentare tecniche di produttività, come la tecnica del «pomodoro» che prevede ogni 25 minuti una pausa di 5 minuti.

L’Italia e l’utopia del salario minimo

Credo onestamente che le argomentazioni economiche contro l’immigrazione siano di importanza secondaria. Anzi, che siano praticamente irrilevanti

David Card

David Card ha vinto l’11 ottobre il premio Nobel per l’economia insieme a Joshua Angrist e Guido Imbens.

Card è un professore di economia presso l’università di Berkeley, in California, specializzato in economia del lavoro. Il suo studio più importante ha contribuito a dimostrare, in maniera empirica, come l’aumento del salario minimo non comporti una diminuzione dei posti di lavoro.

Inoltre, Card è riuscito a dimostrare, tramite una comparazione tra Stati Uniti e Canada, come i salari vengano influenzati per nulla, o solo in maniera marginale, dall’immigrazione.

La posizione dell’Unione Europea sul salario minimo

È da anni che l’Unione Europea vuole accelerare sul salario minimo invitando i Paesi che hanno già un salario minimo obbligatorio “a verificarne l’adeguatezza”, e Paesi come l’Italia che puntano sulla contrattazione collettiva, a garantire un minimo anche ai lavoratori non coperti.

Una svolta è avvenuta il 28 ottobre 2020, quando la Commissione Europea ha proposto una direttiva per garantire che i lavoratori nell’Unione Europea siano protetti da salari minimi adeguati che consentano una vita decente ovunque lavorino.

Un anno dopo, la vittoria da parte di David Card del premio Nobel per l’economia è stata infatti accolta con favore da chi nella Commissione Europea sta lavorando sulla direttiva.

In Italia il salario minimo è ancora un’utopia

Il salario minimo in Italia non è stato nemmeno inserito nel Pnrr e i discorsi sul salario minimo vengono continuamente e in modo erroneo confusi dai sindacati con quelli sulla contrattazione collettiva. Per questa ragione la proposta di introduzione salta sempre, anche se il salario minimo potrebbe risolvere molti problemi.

Oggi, con il 26% di lavoratori poveri non può permettersi di riscaldare la loro casa, l’Italia è uno dei paesi che si trova più in alto nella classifica europea (si trova alla posizione #6). La media europea di lavoratori poveri che non può accendere il riscaldamento è del 15%. L’introduzione del salario minimo non dovrebbe mai lasciare i lavoratori preoccupati di accendere il riscaldamento.

Il salario minimo permetterebbe di affrontare anche alcune delle difficoltà legate al reddito di cittadinanza. Sembra infatti che molti italiani preferiscano continuare a percepire il reddito di cittadinanza invece di accettare lavori con stipendi da fame. Introducendo il salario minimo e riparametrando il reddito di cittadinanza in funzione di esso il problema sarebbe parzialmente risolto – resta ancora in campo il non banale lavoro sommerso.

Pensiamo anche a tutte quelle professioni il cui lavoro non è ancora inserito in un contratto collettivo ad hoc, come quelle dei lavoratori su piattaforma, ad esempio i riders. Se ci fosse un salario minimo in tutti questi anni il pagamento a cottimo e una serie di altri comportamenti scorretti da parte delle piattaforme si sarebbero evitati. Sui rapporti di lavoro avrebbe poi avuto il compito di intervenire la contrattazione collettiva per negoziare condizioni di lavoro adeguate.

#DemocratizingWork: verso un modello di lavoro sostenibile

Il 40% dei lavoratori vuole licenziarsi entro l’anno: il peso del burnout è in aumento.

La pandemia ha fatto luce su molte contraddizioni della nostra società, accelerando processi già in atto, come un intollerabile squilibrio economico basato su una cultura del lavoro performativo che antepone la produzione e il profitto al benessere fisico e psicologico delle persone.

È necessario intervenire per un lavoro più giusto, che deve rispondere ai bisogni delle persone. La sfida per una crescita diversa non passa solo dalla transizione digitale ed ecologica, ma anche da un modello di sviluppo socialmente e umanamente sostenibile.

#DemocratizingWork

A maggio 2020 in piena crisi pandemica, tre accademiche e attiviste hanno lanciato un Manifesto basato su tre semplici idee: «È tempo di democratizzare le imprese, demercificare il lavoro e decarbonizzare l’ambiente».

Oggi quel Manifesto è stato firmato da più di 5.000 ricercatori di oltre 700 università di tutti i continenti, è stato pubblicato in 43 giornali di 36 paesi del mondo e tradotto in un totale di 27 lingue e ha dato origine a un movimento mondiale che dal 5 al 7 ottobre si è riunito nel Global Forum on #DemocratizingWork.

Il Global Forum ha visto 3.000 partecipanti provenienti da 85 paesi, quasi 400 relatori distribuiti tra plenarie e 16 capitoli nazionali per un totale di 129 panel tenuti in 9 lingue.

Anche il comitato scientifico italiano ha organizzato una serie di incontri e il confronto è ancora in corso. Se volete restare informati o entrare a far parte del comitato scientifico italiano potete scrivere a: democratizingwork2021it@gmail.com.

Addio Gino Strada

21 agosto 2021 – Milano. Nonostante il gran caldo di Milano, centinaia di persone erano in coda oggi per omaggiare Gino Strada a Casa Emergency. Tantissima gente, eppure le voci dietro le mascherine erano solo un bisbiglio. Un segno di rispetto per questo lutto che ha tolto tanto a tutti e a tutto il mondo.

Diverse persone stavano portando mazzi di fiori e attaccando messaggi sul cancello. Tra i tanti messaggi mi ha colpita questo: “Ora vai, Gino, continuiamo noi. Ti abbracciamo per sempre”.

Gino Strada è stato grande uomo, uno straordinario esempio per tutti di coraggio, dedizione e amore, e tutti ne stiamo parlando, ma è vero, il migliore gesto di ringraziamento e memoria che possiamo realizzare è proprio quello di continuare noi.

Andiamo avanti a costruire un mondo più inclusivo e solidale, continuiamo nonostante le difficoltà che ci mette di fronte la causa alla quale teniamo e per la quale stiamo combattendo, perché Gino ci ha insegnato che tutto è possibile e che, come diceva Gandhi, possiamo tutti essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo.

Le Olimpiadi insegnano che la differenza è fonte di successo

In questi giorni, come molti di voi immagino, ho seguito le Olimpiadi e con stupore e ammirazione guardato le imprese quasi sovrumane dei nostri atleti.

Incuriosita dai tanti successi, sono andata a cercare le loro storie, per capire da dove vengono, cosa abbiano attraversato per arrivare fino all’oro, l’argento e il bronzo o anche solo alle Olimpiadi.

E ho scoperto storie che raccontanto un’Italia molto più sfaccettata delle narrazioni stereotipate che ancora riempiono i nostri media e, troppo spesso, anche la voce dei politici.

Ci sono atleti di seconda generazione, altri con una madre o un padre nato in un altro paese, atleti di famiglie da sempre in Italia che vengono da quartieri difficili o con storie pesanti alle spalle, atleti convertiti ad altre religioni fuori dal Cristianesimo, altri appassionati di altre culture al punto da raggiungere vette in sport che nemmeno sappiamo capire, atleti religiosi e altri atei, scaramantici e non, atleti con diversi orientamenti sessuali, atleti attivisti per le più svariate cause… tutti così diversi eppure tutti italiani.

Quando prima del Covid-19 viaggiavo negli USA invidiavo la loro capacità di valorizzare la ricchezza delle diversità che li attraversano, guardando oggi le nostre Olimpiadi ho capito che anche noi stiamo iniziando a farlo, come dimostra anche il fatto che abbiamo superato con 40 medaglie anche i record di Los Angeles (1932) e Roma (1960).

Queste Olimpiadi insegnano che le cose accadono anche se non si vede o non si vuole vedere, pertanto mi auguro che lo sport non sia solo fonte di forti emozioni e un momentaneo nazionalismo, ma che si trasformi nell’ispirazione per una società più inclusiva che permetta a tutti di perseguire i propri sogni e arrivare così alle proprie Olimpiadi.

Il leader negativo come risposta al malcontento sociale

Da Hong Kong al Cile, passando per il Libano, l’Iraq, la Spagna, la Colombia, Haiti, la Francia, le proteste stanno attraversando il mondo con milioni di persone che in strada manifestano per ragioni diverse ma con un unico comune denominatore: il malcontento sociale.

Le leve del malcontento sociale

Oggi che le differenze sociali si inaspriscono anche un cambiamento apparentemente piccolo, come l’aumento del biglietto della metropolitana o nuove accise sul carburante o ancora una tassa sulle telefonate effettuate tramite social network, può diventare la leva per lo scontro e trasformare una protesta in un’opposizione più grande. Ci si oppone al governo, alla società, allo status quo che non fa altro che sottolineare il potere dei più ricchi sui più poveri, che si sentono indifesi e abbandonati anche da quelle istituzioni che dovrebbero difenderli. L’unico potere che rimane agli ultimi è quello della loro voce. Un potere che, purtroppo troppo spesso ormai, è accompagnato anche dalla violenza.

 

Il malcontento sociale se non trova una soluzione in leader positivi o sceglie il populismo, come sta accadendo un po’ ovunque nel mondo, oppure può scegliere un leader negativo, figura che incarna tutto il dolore, l’incomprensione, l’incapacità di trovare risposte se non nella violenza contro tutti coloro che hanno mancato di rispetto e accettazione. Questa è la terza strada che racconta il film Joker. Di fronte alla crisi della politica, all’emarginazione e violenza perpetrata sugli ultimi, all’abbandono di coloro che dovrebbero essere aiutati, come i malati mentali, Joker mostra quella che potrebbe essere la reazione estrema dei dimenticati. È la risposta di chi ha provato a vivere secondo le regole della società ma si ritrova senza più nulla da perdere.

 

Da ultimo a leader negativo

La cosa peggiore della malattia mentale è che tutti si aspettano che tu ti comporti come se non l’avessi
Come il protagonista del film, Arthur Peck, i dimenticati e gli ultimi ostentano un sorriso e se la cavano come possono in un mondo che, se va bene, li ignora, altrimenti li bistratta e prende di mira. Alcuni vivono tutta la propria vita nella finzione, arrangiandosi e sopportando, altri possono arrivare al punto di pensare di non avere più niente da perdere. È raggiunto questo limite, racconta Joker, che l’uomo tanto ignorato da non sapere se esiste davvero, comprende che l’unico modo per uscire dal circolo di dolore e frustrazione è quello della violenza, perché la sua affermazione di esistenza coincide con il gesto di potere più efficace che ogni uomo ha sull’altro: il porre fine alla sua esistenza.

 

È con l’assassinio dei tre giovani ricchi in metropolitana che Arthur Peck afferma il suo potere sull’altro e nel contempo capisce di esistere. In questo momento si attua anche un’inversione di ruolo e l’ultimo diventa un eroe e a sua volta leva per il tumulto rivoluzionario. A quanto pare, quando un dimenticato dalla società compie un gesto violento di potere, solo allora può diventare un simbolo del malcontento sociale e aiutarlo a esplodere.

 

leader negativo

Come nasce un leader negativo?

Joker è anche un potente monito per tutti coloro che criticano il mondo impegnato nel sociale, incluse le cooperative e le associazioni, che con il loro lavoro aiutano gli ultimi e più deboli e così riducono il margine lasciato alla barbarie nella nostra società. Proprio nel momento in cui il loro raggio di azione viene eroso, proprio quando «si tagliano i fondi» per quella parte del società di cui «non frega niente a nessuno», è allora che nasce il leader negativo.

 

Il leader negativo non è solo il matto inneggiato dai riottosi del film Joker in quanto esponente ultimo del disagio che provano le persone abbandonate, gli ultimi, i poveri additati come «pagliacci». Tutti coloro che sono ritenuti incapaci e la cui unica salvezza è il paternalistico aiuto da parte dei ricchi e dei potenti, il cui successo sancisce il loro valore. Quello del leader negativo è un comportamento e un vissuto che attraversa tutte le realtà dove le disuguaglianze sociali raggiungono livelli così insopportabili che anche ciò che ha il valore più alto, la vita, finisce per essere deprezzato al punto di non valere più niente.

 

Oggi sono la mancanza di diritti democratici, l’aumento dei prezzi dei prodotti e servizi di base, alti tassi di disoccupazione, l’assassinio di leader sociali o discrepanze politiche, le motivazioni principali che mobilitano le società del mondo. Per queste ragioni migliaia di persone stanno scendendo in piazza indipendentemente dal sesso, dall’età o dall’ideologia politica. Il nostro mondo è in continuo tumulto, sempre in attesa di quella rivoluzione che porterà un cambiamento definitivo verso l’uguaglianza e il riconoscimento dei diritti universali per tutti.

 

Il film Joker riesce nel suo intento di critica sociale e politica quando porta a chiedere alla fine della proiezione quale vissuto sta guidando le rivoluzioni in corso e sempre più scalpitanti: una reale prospettiva di equità e giustizia o la disperazione e il disagio degli ultimi?

Le proteste dei riders: una battaglia di civiltà?

Lo scorso martedì 10 aprile alla Fondazione Feltrinelli di Milano si è svolto un incontro dal titolo “Algoritmo o cooperazione: le sfide per il lavoro al tempo della gig economy“. Organizzato da Luca De Biase di Nòva24, l’incontro si è basato sul confronto tra due piattaforme digitali molto diverse: la società di capitali britannica Deliveroo e la cooperativa veronese Doc Servizi. Prima che il dialogo avesse inizio sono entrati in scena alcuni manifestanti. Si trattava di un gruppo di riders di Deliveroo che, un istante prima che Matteo Sarzana, amministratore delegato di Deliveroo, prendesse la parola, si è frapposto con uno striscione tra i relatori e il pubblico.

Il contesto: la gig economy

Si osserva ogni giorno la crescita della “gig economy”, l’economia dei lavoretti, sostenuta dalla diffusione di piattaforme tecnologiche. Di fronte alla frammentazione e individualizzazione delle carriere, il mercato del lavoro si è infatti dotato di nuovi strumenti tecnologici. Questi permettono di gestire micro attività non strutturate, i lavoretti appunto. Si tratta principalmente delle attività di fattorini, i cosiddetti riders, o di autisti che si iscrivono alle piattaforme Uber o Lyft, o ancora degli ospiti che mettono a disposizione i loro appartamenti su AirBnb.

Il sistema economico di queste piattaforme digitali si basa sull’intermediazione del lavoro. Per offrire un’applicazione che permette di mettere in contatto con semplicità domanda e offerta le piattaforme richiedono una fee. Frapponendosi come mediatori tra domanda e offerta le piattaforme sostengono di non stabilire nessun rapporto di lavoro con i prestatori d’opera.

Basandosi sulla scalabilità del servizio, questo meccanismo ha raccolto molto interesse e portato un gran numero di queste realtà a diventare unicorn companies, ovvero realtà valutate oltre il miliardo di dollari sul mercato degli investimenti. Come Deliveroo stessa.

Le proteste dei riders

Il successo delle piattaforme digitali sembra però basato anche sul fatto che il “peso” del lavoro è fatto ricadere sui lavoratori stessi. Così almeno ha sostenuto il gruppo di riders di Deliveroo.

La manifestazione dei riders aveva un obiettivo principale: far sì che Deliveroo ammettesse di essere l’effettivo datore di lavoro dei fattorini per poi assumerli. «Deliveroo dice che siamo manager di noi stessi, ma non è vero, di fatto siamo lavoratori subordinati». Un’affermazione ancora più forte se si pensa che dal 19 febbraio Deliveroo ha introdotto il “pagamento a cottimo”. Una decisione legata al fatto che, ha spiegato poi Sarzana, «se si lavora a consegne si guadagna di più in meno tempo» – ma allora perché non pagarli semplicemente di più?

Una protesta oggi forse ancora più significativa dopo i risultati dell’udienza di Torino. L’11 aprile infatti Foodora – piattaforma digitale simile a Deliveroo – ha avuto la meglio contro sei riders che avevano fatto causa al colosso tedesco della distribuzione di cibo a domicilio. Il giudice del Tribunale del Lavoro di Torino ha respinto la richiesta di reintegro come lavoratori subordinati dopo aver perso il lavoro a seguito di una protesta svoltasi a gennaio 2016. I riders sono stati considerati come lavoratori autonomi e quindi non è stata riconosciuta loro nessuna tutela.

Caporalato digitale: quali alternative?

Al di là della scelta dei riders di andare in appello, le conseguenze di questa decisione sulla legittimazione delle piattaforme della gig economy sono ancora da vedersi. Anche perché, nonostante la sentenza, solo una decida di giorni fa l’ispettorato nazionale del lavoro ha deciso di contrastare le nuove forme di caporalato. Sembra prospettarsi però non solo una battaglia istituzionale, ma prima di tutto politica. Un’opposizione tra chi è a favore dei diritti e delle tutele e chi invece, in piena ottica neoliberista, si deresponsabilizza nascondendosi dietro il concetto di auto-imprenditoria.

Oltretutto, soluzioni al problema non mancherebbero.

Prima tra tutte l’applicazione del contratto intermittente, detto anche contratto a chiamata. L’utilizzo di tale contratto è stato suggerito non solo dall’avvocato dei fattorini di Foodora, ma anche da Chiara Chiappa, consulente del lavoro di Metis presente all’incontro del 10 aprile. Il contratto intermittente è infatti un contratto che permette di gestire il lavoro discontinuo garantendo comunque una relazione continuativa tra datore di lavoro e lavoratore. Perché Deliveroo, Foodora e tutte le piattaforme che lavorano in modo simile non lo applicano?

Una seconda pista è stata suggerita a Matteo Sarzana da Demetrio Chiappa, presidente di Doc Servizi: «Io al tuo posto prenderei al volo questa opportunità offerta dai manifestanti per diventare la Ferrari della distribuzione di pasti a domicilio. Dietro ogni persona c’è una potenzialità enorme, una potenzialità che può esprimere se siamo credibili, autentici e li tuteliamo. Quindi meglio costare di più: il cliente finale magari pagherà di più ma racconterai una storia che fa la differenza».

Un’affermazione che riassume l’approccio imprenditoriale che si trova dietro a Doc Servizi e che si può definire come diametralmente opposto rispetto a quello di Deliveroo e di molte altre piattaforme della sharing economy. Nella visione della cooperativa ogni persona è descritta come parte del patrimonio dell’azienda e proprio per questo ognuno va tutelato e valorizzato. «Cosa può succedere in una società di consumatori impoveriti?», ha aggiunto anche pragmaticamente il presidente della cooperativa.

Siamo chiaramente di fronte a due prospettive che si affrontano, in un confronto che sarà decisivo anche per il futuro del lavoro. Sostenere i fattorini non significa infatti solo combattere una battaglia in favore di una classe di lavoratori oggi dimenticati, ma combattere una battaglia di civiltà. Significa far sì che nessun lavoratore venga sfruttato sotto le false apparenze della libertà e dell’autonomia imprenditoriale che in realtà nascondono la schiavitù a quegli azionisti che fanno di queste società delle unicorn.

Eppure una domanda a questo punto sorge spontanea: la pelle del fattorino che brucia i rossi lungo le strade di una metropoli per guadagnare una manciata di euro in più vale davvero meno delle insaziabili esigenze degli azionisti?

Quali prospettive per chi si muove in un mercato incerto? Speciale settimana dei freelance

La settimana dedicata ai freelance non poteva cadere in un momento migliore – o peggiore, dipende sempre dal punto di vista. È infatti solo di pochi giorni fa la notizia che il cosiddetto “popolo della partita Iva” italiano ha subito nell’ultimo decennio delle perdite molto significative. Uno studio della Confeserscenti, nato dall’elaborazione dei recenti dati Istat sul mondo del lavoro italiano, mostra che dal 2008 l’Italia ha perso ben l’8,7% di iscritti (-514.000) al registro del lavoro con partita Iva. Un dato non confortante poiché annulla completamente la rimonta numerica del lavoro dipendente che è in corso dal 2008 (+513.000).

È in questo quadro che mercoledì 11 ottobre Base Milano ha fatto da sfondo a Works in Progress – Storie di nuovo lavoro, convegno organizzato da Acta in collaborazione con SMart in occasione della settimana europea dei freelance.

Già solo leggendo i titoli dei panel si vede che la giornata è orientata a offrire un aiuto alle difficoltà che affrontano ogni giorno i freelance o aspiranti tali: da come aprire la partita Iva a come definire un tariffario, dalla descrizione del brand alla contrattualistica fino all’analisi di pratiche di crowdfunding e la gestione dei tempi di lavoro. Tutti temi che chi lavora come freelance si trova ad affrontare da solo.

La giornata non è stata però solo l’occasione per orientarsi nelle complesse sfide di chi apre un’attività in proprio, ma anche per riflettere sulla figura del freelance e sulle prospettive e opportunità che offre il mercato del lavoro attuale.

La domanda di partenza è stata la seguente: chi è il freelance oggi?

Di fronte a una parola fluida come “freelance” non è infatti aleatorio cercare di capire non solo chi si identifica con questa denominazione ma anche come si concepisce e, soprattutto, come lavora.

La risposta alla domanda si è basata sulla presentazione di I-Wire, una recente ricerca sulle condizioni dei freelance svoltasi in nove paesi europei. Presentata da Anna Soru, Presidente di Acta, la ricerca ha fornito un’immagine interessante, anche se non molto rappresentativa – il campione italiano è di 826 intervistati – del mondo dei freelance italiani.

Al di là della varietà delle professioni (giornalisti, artisti, archeologi, archivisti, ecc.), un primo dato da sottolineare riguarda il fatto che circa l’80% degli intervistati ha dichiarato di svolgere più di una professione. La ragione di questo dato si situa, per determinati mestieri, come quelli del web, in una contiguità delle mansioni e professioni, dall’altro nella difficoltà di arrivare a fine mese con un solo lavoro (il 51% dichiara un reddito compreso tra 10-30.000 euro).

Questa difficoltà si riflette anche sulla percezione dei problemi vissuti da parte di questi lavoratori. Infatti il primo problema identificato dagli intervistati è proprio quello del reddito, generalmente ritenuto troppo basso. Un problema amplificato dal forte peso del fisco e dalla competitività tra freelance, che alle volte si trasforma anche in concorrenza sleale sulle tariffe, e che si collega anche con il tema dei bassi compensi percepiti per i lavori svolti. In questo quadro il welfare appare anche fortemente inadeguato per rispondere a una situazione lavorativa così fluida.

A fronte degli aspetti negativi, la maggior parte degli intervistati (63%) ha dichiarato di essere soddisfatto di lavorare come freelance sia per l’autonomia e la libertà nella gestione del tempo che offre sia per il contenuto del lavoro, usualmente considerato rispondente a interessi, competenze e attitudini del lavoratore.

Ma se questo è il punto di partenza, quali possono essere le prospettive per il futuro?

Consapevoli della sempre maggiore flessibilità del mercato, della difficoltà che ogni giorno incontrano i freelance non solo a farsi remunerare il giusto, ma proprio a farsi pagare a lavoro concluso, cosa si prospetta per il futuro?

La plenaria dal titolo Esiste un’alternativa all’uberizzazione del lavoro? ha voluto offrire uno spunto di riflessione sulla scorta dell’esperienza di SMart, partner di Acta nell’organizzazione della giornata. L’incontro si è basato infatti sulle riflessioni animate dal libro Rifare il mondo del lavoro di Sandrino Graceffa, amministratore delegato della società belga che da qualche anno ha aperto un’antenna anche in Italia.

SMart (Société Mutuelle pour Artistes) nasce in Belgio nel 1998 come piattaforma digitale che offre servizi di gestione dei contratti di lavoro degli artisti, le cui attività sono notoriamente discontinue e di burocrazia complessa, trasformandoli in contratti di lavoro dipendenti con diritti annessi. Nel giro di pochi anni il modello si rivela talmente efficace che non solo il numero di artisti cresce esponenzialmente, ma che anche altre categorie di lavoratori, come i fattorini, decidono di cominciare ad aderire. Ad oggi SMart è una cooperativa che conta in Belgio 85.000 membri e 12 uffici, mentre altre nuove strutture in fase di startup sono nate in altri 8 paesi europei, tra cui Francia, Spagna e Italia.

La forza di questo modello?

La semplicità di gestione del contratto di lavoro che si basa su un gestionale molto avanzato che permette di caricare autonomamente i dati del proprio lavoro e fatturare con semplicità saltando gli intermediari e scomoda burocrazia. Una vera manna dal cielo per tutti coloro che, sommando più lavori spesso discontinui, erano costretti a rivolgersi a più casse previdenziali e a gestire una burocrazia complessa senza aver accesso ad alcun diritto sociale. Ecco spiegata in modo molto semplificato, la ragione del successo di SMart in Belgio.

Un successo che spiega anche il desiderio di SMart di esportare il suo modello anche in altri paesi europei dove figure simili affrontano simili problemi: lavoro discontinuo, spesso di difficile burocrazia, senza diritti garantiti.

Il percorso di ampliamento di SMart è iniziato nel 2009 con la prima filiale in Francia, ma è una strada che ancora fatica a portare i frutti desiderati, come ha sottolineato anche Ivana Pais, sociologa dell’Università Cattolica di Milano che da anni studia le nuove forme di lavoro. In effetti, il modello di piattaforma digitale di SMart si è mostrato di difficile esportazione in Paesi dove il diritto del lavoro non solo è più complesso, ma basato su principi differenti da quello belga.

La gestione su piattaforma dei complessi meccanismi del lavoro di un qualunque paese europeo non può essere la stessa del Belgio, tant’è che la stessa filiale italiana – fondata nel 2013 con lo statuto di cooperativa sociale – ancora non possiede una piattaforma ma si basa unicamente sul lavoro certosino di dipendenti e consulenti esterni, come quelli di Acta, per gestire il lavoro dei suoi soci. Per costruire una piattaforma adatta al modello di lavoro italiano, cioè una piattaforma che non rischi di cadere sotto l’accusa di somministrazione illecita di lavoro – per dirla in altro modo, che non sembri uno spazio di compra-vendita del lavoro dei soci – servono ancora anni di studio, analisi e progettazione. E il risultato potrebbe anche essere diverso da quanto auspicato, anche se le grandi risorse della casa madre belga (200 milioni di euro nel 2016), la quale finanzia quasi interamente il progetto della startup italiana, fanno ben sperare.

Ma a questo punto vorrei fare un passo indietro, di prospettiva, e pormi una semplice domanda: c’è davvero bisogno di andare fino in Belgio per trovare un modello di lavoro in grado di offrire le garanzie del lavoro dipendente a professionisti che lavorano in modo discontinuo?

Esiste qualcosa di simile già in Italia?

Ovviamente sì. Già non solo ben prima dell’arrivo di SMart in Italia, ma anche prima della nascita di SMart in Belgio, sin dagli anni Settanta in Italia sono nati modelli di aggregazione di professionisti (medici, ingegneri, ecc.) strutturati sotto forma cooperativa e che avevano l’obiettivo di mutualizzare le risorse.

Volendo restare però nel quadro del lavoro discontinuo e dei freelance, un’esperienza particolarmente interessante nasce a Verona nel 1990 sotto il nome di Doc Servizi. Doc Servizi è una cooperativa di produzione e lavoro che ha come obiettivo non solo quello di gestire e coordinare il lavoro di coloro che operano nel campo dell’arte (musicisti, tecnici della musica, attori, ecc.), ma anche di permettere a queste figure di accedere a garanzie e tutele. Un meccanismo talmente efficace che ha portato a una grande crescita della cooperativa che oggi conta oltre 7.000 soci, 32 filiali in tutta Italia e 50 milioni di euro di fatturato previsti per il 2017.

Ad oggi Doc Servizi rappresenta in Italia un modello che permette di colmare il vuoto normativo e le difficoltà di applicazione del sistema previdenziale con potenzialità che vanno al di là del settore dello spettacolo. Motivo per il quale la cooperativa è al centro di un continuo processo di crescita basato sulla creazione di nuove cooperative in grado di rispondere alle esigenze di tutti i freelance professionisti che lavorano nel mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo, dagli insegnanti fino ai programmatori passando per i maker e i giornalisti.

Doc Servizi, più che una società, è quindi il cuore di una rete di cooperative e società che conta al suo interno anche partner di vario genere, come università, comuni, teatri, riviste, eventi, associazioni, fiere, ecc. Tutti nodi di un’unica rete che, nel rispetto del suo mandato di cooperativa di produzione e lavoro, Doc Servizi si impegna ad attivare e mettere in relazione per generare nuove opportunità di lavoro per i soci lavoratori.

E se i punti di forza di questo modello sono evidenti, quali ne sono i limiti?

Uno su tutti: la lentezza della legge italiana che fatica a comprendere l’innovazione sociale offerta da modelli cooperativi simili e che quindi ancora non ne ha riconosciuto l’originalità, a differenza di come è invece stato fatto in Francia con il modello delle Cooperative di Attività e di Impiego (CAE), ma questa è un’altra storia.