Il modello di lavoro Amazon: cosa si nasconde dietro la consegna in tempi record

Questo mondo della new economy, fatto di app, fatto di consegne in un’ora, è una cosa in teoria molto bella perché elimina tutte le barriere, ma le elimina sulla pelle dei lavoratori. E se questo è il futuro del lavoro, beh, questo futuro va decisamente cambiato.

Queste sono le frasi conclusive dell’interessante servizio di Valeria Castellano di La7 (video in fondo all’articolo) sulle condizioni di lavoro all’interno del colosso Amazon. Simone, ex-dipendente, ha vissuto in prima persona le difficoltà che i lavoratori affrontano nei magazzini e le sue conclusioni sono molto dure.

Il lavoro nei magazzini di Amazon viene descritto come una perenne lotta contro il tempo, con timer che suonano quando non sono rispettate le scadenze. Vi sono difficoltà a chiedere persino di andare alla toilette e, soprattutto, nessuna certezza contrattuale grazie anche al ruolo giocato dalle agenzie interinali.

Appare una realtà scarsamente sindacalizzata, quasi dimenticata, dove sembrano vigere le regole degli antichi – ma non troppo – taylorismo e fordismo più che i dettami di libertà ed espressione di sé nel lavoro che vengono oggi sempre più ad affermarsi proprio nella dimensione delle aziende della sharing economy.

Ma un conto è essere ai vertici e un altro lavorare nei magazzini.

Ecco che di nuovo l’antica divisione tra mente e braccio tipica del scientific managament riemerge in tutta la sua pregnanza: i magazzinieri sono braccia, “uomini-buoi” come affermava Taylor, sottomessi alle regole definite da coloro che appartengono al gruppo dei “pensanti”.

In queste condizioni il lavoratore rischia di perdere la propria umanità e di divenire un “uomo-macchina”. Egli è infatti concepito come uno strumento che si inserisce nel grande ingranaggio dell’azienda. Come un macchinario resta nel meccanismo finché funziona e svolge le attività previste, ma se si rompe deve essere riparato o sostituito.

L’attività del lavoratore si riduce allora a un insieme di gesti dal carattere eteronomo, scelti e imposti da altri. Il lavoratore infatti non possiede alcuno spazio di libertà e deve adattarsi ai tempi e luoghi scelti dal datore di lavoro, senza poter proferire parola.

Ma almeno, consapevole dell’usura psico-fisica dei ritmi della fabbrica, nella sua lungimiranza Henry Ford aveva deciso di offrire ai suoi operai alti salari e garanzie di vario genere. Ad oggi, dopo decenni di lotte per estendere i diritti accennati da Ford a tutti i lavoratori, ai magazzinieri di Amazon è invece offerto solo un basso stipendio senza nessuna garanzia di continuità.

E noi che ci troviamo dall’altra parte della tastiera pronti per fare un acquisto cosa possiamo fare?

A prescindere dai dettami di Amazon, è necessario tenere a mente che ogni lavoro è dignitoso, qualunque esso sia. Un primo passo verso il cambiamento è ricordarselo ogni volta che con un click acquistiamo una merce sul mercato virtuale di Amazon, perché, nonostante la cornice asettica, nonostante la facilità che noi abbiamo nel compiere quel semplice gesto con il mouse, non possiamo dimenticare che dietro a ogni pacco si trova il lavoro di esseri umani e non di macchine.

Foto: Magazzino di Amazon Spagna.

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Gli scandali di Uber e l’altro volto della sharing economy

«È ormai chiaro che i valori e l’idea di leadership che hanno caratterizzato la mia carriera non sono allineati con quello che ho visto e sperimentato in Uber. Non posso continuare a vestire i panni di presidente del business ride sharing», con queste parole Jeff Jones ha lasciato il ruolo di Presidente di Uber.

Toccata dall’ennesimo scandalo sessuale, il colosso da 62 miliardi di dollari ha visto la partenza del suo uomo di punta dopo solo sei mesi. Uno scandalo che va a sommarsi alle difficoltà che l’azienda sta subendo nell’affrontare anche i moti di rivolta dei tassisti, che se in Italia protestano da inizio 2017, in Francia hanno già impugnato i cartelli un anno prima e negli Stati Uniti da ben due anni.

La nuova crepa apertasi nella società americana mostra ancora una volta il doppio volto di questi giganti della sharing economy. Se, da un lato, essi offrono un servizio che amplia la concorrenza e favorisce quindi i consumatori, dall’altro non mancano le criticità rispetto ai diritti dei lavoratori, spesso infranti in favore di una concorrenza che diventa sleale.

In un sistema impermeabile alla concorrenza, dove le leggi rispecchiano una struttura salariale basata sul sistema dell’industria classica, a rimetterci sono prima di tutto i lavoratori. Per una società come Uber non valgono regole sul riposo o le indennità in caso di incidente o malattia: l’autista lavora quanto vuole, quando vuole, o meglio, finché riesce, e tanto basta.

I diritti dei lavoratori vengono messi in secondo piano favorendo gli antichi problemi di discriminazione e abusi nei loro confronti, come dimostrano anche gli scandali sessuali non poco frequenti a Uber.

Del resto, nella società americana non mancano nemmeno scandali legati a strategie aziendali poco trasparenti. Un esempio è stato l’obbligo a rinunciare all’utilizzo di una tecnologia che avrebbe permesso agli autisti di Uber di evitare la polizia nei paesi dove l’attività non è ancora autorizzata.

In un mondo ideale i sistemi basati sull’economia collaborativa potrebbero essere un ottimo strumento per meglio far incontrare domanda e offerta e contrastare il lavoro in nero. Ad oggi, però, diventano spesso nuovi modi per aggirare una legge obsoleta a favore del migliore guadagno. Nascono così le proteste di lavoratori che si vedono tagliare fette di mercato, come i tassisti, da gruppi internazionali – non dimentichiamo l’emergente Heetch – che non rispettano il lavoro e i lavoratori e si muovono sulle ambiguità della legislazione, se non del tutto oltre essa.

Tutto questo è colpa di giganti come Uber o Airbnb? Oppure di una rigidità legislativa?

Parafrasando Aristotele, la verità si trova nel mezzo. Il successo delle società della sharing economy mostra che esse sono effettivamente in grado di rispondere alle esigenze del mercato. Ma se questo non giustifica l’infrazione delle leggi, d’altro canto leggi nazionali e internazionali in grado di regolamentare la loro attività tardano ad arrivare.

Ironia della sorte, la strada da fare è ancora lunga. Quello che intanto possiamo fare noi consumatori è chiederci, ogni volta che mettiamo mano al portafoglio, chi stiamo finanziando e se davvero valga la pena di spendere qualche euro in meno invece che proteggere qualche diritto in più.

 

Foto: manifestazione dei tassisti di Portland (USA) contro Uber nel gennaio 2015.