Il futuro è dei freelance? Alcuni miti da sfatare e una prospettiva

Il mercato del lavoro sta cambiando.

Quante volte abbiamo sentito questa frase negli ultimi anni?

Insieme a questa affermazione sempre più spesso si sentono le altrettanto frequenti: il mondo del lavoro è sempre più flessibile, le carriere e i percorsi sempre meno ordinari e più individualisti. O ancora il sempreverde: chi ormai lavora più tutta la vita nella stessa azienda? Ormai il contratto a tempo indeterminato ce lo sogniamo, presto saremo tutti autonomi, volenti o nolenti, freelance o precari, il posto fisso non esiste più… Un insieme di luoghi comuni che ad oggi rappresentano il modo più spontaneo per descrivere il mondo del lavoro. Oggi così si dibatte e ci si chiede quanto durerà ancora il lavoro salariato e se, di conseguenza, il futuro sarà davvero dei freelance.

Ma quanto queste affermazioni sono realistiche? E cosa sta davvero cambiando nel mondo del lavoro? È giusto, oltretutto, parlare di cambiamento, o forse si tratta più che altro di un ritorno verso un modo di lavorare che è da sempre appartenuto all’uomo occidentale?

Per rispondere a queste domande vanno sfatati tre miti

In primo luogo, va ricordato che i lavoratori non-dipendenti ad oggi non rappresentano la maggioranza dei lavoratori presenti nel mercato del lavoro europeo. Essi sono infatti il 23% degli occupati complessivamente in Italia contro l’11% in Francia (media del 14% in Europa).

Il secondo mito da sfatare è che anche se il lavoro e il lavorare accompagnano l’uomo sin dagli albori della sua storia, il lavoro salariato, dipendente con contratto a tempo indeterminato ha invece una storia recente. È infatti solo a seguito dell’industrializzazione che questo tipo di lavoro comincia ad affermarsi a discapito del lavoro indipendente e autonomo che era sempre stata la forma più diffusa di lavoro. In particolare, il momento di massima affermazione del lavoro salariato avviene con la “società industriale” e in particolare con il periodo detto “fordista-keynesiano”, che va dalla Seconda Guerra Mondiale fino alla crisi economica della prima metà degli anni Settanta.

Infine, va sottolineato che il lavoro autonomo di ieri è ben diverso da quello di oggi. Di fatto vi è un ritorno verso forme di lavoro autonomo e indipendente che già erano note prima dell’affermarsi del contratto di dipendente a tempo indeterminato. D’altro canto, queste forme di lavoro si affermano in modo diverso rispetto al passato, anche proprio a causa degli effetti che ha avuto il lavoro dipendente sul modo di concepire il lavoro nelle società occidentali.

Non si possono infatti dimenticare i decenni di lavoro salariato e le sue conquiste in termini di diritti e assistenza, garanzie che non sempre accompagnano il lavoro indipendente. Alcuni esempi sono la maturazione dei diritti sociali che in molti Paesi europei sembrano scomparire per il lavoratore autonomo nel momento in cui rinuncia (o si vede costretto a rinunciare) alla certezza del posto di lavoro fisso, l’isolamento, l’accesso alla formazione continua o ancora la gestione dei tempi del lavoro.

Detto questo, sebbene il mercato del lavoro prediliga ancora forme di lavoro salariato e dipendente, la flessibilità che si sta sempre più imponendo come fattore strutturale lascia immaginare che il numero dei lavoratori indipendenti non farà che crescere nei prossimi anni insieme al numero di lavori che ogni persona si troverà a svolgere nell’arco della vita.

Ma quindi il mercato del lavoro futuro vedrà una maggioranza di professionisti che lavoreranno in autonomia?

Sì e no. Perché se è vero che la flessibilità del mercato e la tendenza delle aziende a lavorare esternalizzando le mansioni è sempre più diffusa, altrettanto diffusi sono fenomeni che cercano di contrastare la posizione individualistica tipica del lavoratore indipendente.

All’autonomia, all’atomizzazione delle carriere e alla flessibilità propria del lavoro degli autonomi fa da contraltare un sempre più diffuso desiderio di incontro e coalizzazione, come dimostrano la nascita degli spazi di coworking, dei FabLab, gli hub, gli incubatori… o ancora i luoghi d’incontro virtuali dove scambiare conoscenze, strumenti, condividere vittorie o perplessità. Un altro esempio sono le pratiche di crowdfunding, nate per sostenersi a vicenda nel finanziamento dei propri progetti, o ancora i movimenti di coalizione dei precari. Infine, ricordiamo quelle cooperative che sperimentano nuovi statuti che situano il lavoratore a cavallo tra il lavoro dipendente, di cui hanno le garanzie, e quello indipendente, di cui hanno l’autonomia.

Tutte queste esperienze, seppur in modi differenti, ci raccontano l’esigenza di condivisione che i nuovi imprenditori e lavoratori indipendenti hanno e che sembra basarsi sul riconoscimento del bisogno di doversi associare ad altri per effettuare incroci di progetti, competenze e prospettive.

Anche se nel futuro la maggior parte dei lavoratori organizzerà il proprio lavoro con l’autonomia propria dell’attività freelance, molto probabilmente lo farà sempre più con il supporto di un’organizzazione che gli permetterà di affrontare il mercato insieme ad altri professionisti, abbattendo le forme di lavoro in isolamento vissute da chi lavora in modo indipendente.

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